A che serve l'università ?
Sul blog di Alfonso Fuggetta un lettore lamenta che le università di oggi non sono luoghi dove si va per il piacere di conoscere, ma dove si impara a fare.Io perdo la pazienza a leggere queste affermazioni. Sanno molto di persona ricca e benestante, che può spendere quattro o cinque anni della propria esistenza senza dover lavorare, solo per il "piacere di imparare". Mi ricorda i nobili inglesi dell'Ottocento, che usavano lo studio come passatempo, tanto la pagnotta era garantita con altri mezzi.
In una società moderna tutti dobbiamo contribure allo sviluppo civile (ricordate la Costituzione: l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro). Lo studio ci deve permettere di "fare", ossia di svolgere compiti complessi in modo migliore, e contribuire a nostra volta allo sviluppo della nostra società.
Questo non vuol dire studiare solo quello che è immediatamente utilizzabile, anzi. L'esperienza insegna che il tempo speso nello studio degli aspetti fondamentali di una materia, che sono naturalmente più teorici e meno pratici, si ripaga molte volte negli anni a seguire.
Ma non possiamo e non dobbiamo mai dimenticare lo scopo per cui studiamo. E' uno spregio alle persone che non possono permettersi di studiare.

3 Comments:
sono costretto a rincorrerti (spero non sia io quel trombone che non si capisce se vuole una università del fare o del conoscere): ti rispondo qua perché voi ingegneri non sapete neanche manutenere un blog ;)
voglio essere pedante fino in fondo
un conto è dire: non mi serve, non compro. un altro è: a me non serve, chiudete.
Sarò ottocentesco ma dal mio punto di vista i miei clienti sono (in ordine di importanza):
gli studenti
le loro famiglie
le istituzioni accademiche
i cittadini
le istituzioni
le aziende (tra le quali ci sono anche le telecom)
ps a proposito di gallino ti suggerisco la lettura della pagina di oggi di cultura: il dialogo tra Gallino e Latouche. istruttiva, appunto
Allora. Non voglio continuare a fare distinzioni fra possano dire oppure no. Quello di cui dovresti preoccuparti è che ti stanno dicendo "SdC non ci serve". E questo è grave.
Quanto a "chi sono i tuoi clienti" ?
Capisco, ma non condivido. SdC produce laureati in Scienza della Comunicazione. O questi hanno la possibilità di trovare un lavoro, oppure sono destinati a diventare disoccupati.
Se quelli che assumono questi laureati dicono "non ci servono queste figure", io un pensierino sopra ce lo farei...
La formazione universitaria è un privilegio, e va utilizzato per garantire il progresso morale e civile della nazione.
Progresso che avviene PRINCIPALMENTE attraverso il nostro lavoro. Che PRINCIPALMENTE si svolge dentro un'impresa (piccola o grande, high tech o tradizionale).
E che ha senso finchè produce valore. Ossia risorse. Ossia soldi che permettono a tutto il sistema di funzionare.
Pensare che la Cultura sia qualcosa di indipendente, che va finanziata a prescindere è un tipico atteggiamento di sinistra molto chic, che il problema di portarsi la pagnotta a casa non ce l'ha mai avuto.
non ci capiamo, è destino tra umanisti e ingegneri.
Non faccio parte di nessuana sinistra chic: ho iniziato a lavorare a 16 anni, mio padre faceva il postino mia madre era casalinga. Ho sempre fatto lo studente lavoratore. Proprio per questo ho capite che la cultura non è passatempo, né hobby, né tantomeno qualcosa di astrattamente romantico. E' la vita quotidiana, è tutto quello che facciamo e diaciamo e produciamo. Sono le aziende e i cittadini, le università come le fabbriche. Io credo che da SdC non escano disoccupati, me lo dicono gli studenti, me lo ribadiscono le statistiche. Se così non fosse sarei molto preoccupato.
Una cvosa che voglio però dire fino in fondo è che da cittadino non voglio un'università appiattita sulle richieste delle aziende. I motivi sarebbero tanti, ne scelgo uno. Tutta la discussione è iniziata dal problema della creatività. Se l'università tutta fosse fatta solo ed esclusivamente ad uso e consumo delle aziende la creatività italiana sarebbe già bella e defunta. Il nostro valore aggiunto è data dalla nostra creatività che deriva dalla nostra cultura. Finché ce ne sarà abbastanza.
la Samsung ha modificato completamente il suo mercato quando ha assunto 470 designer: cultura e creatività vanno a braccetto. Per essere creatici c'è bisogno di coltivare un pensioro altro, ingrado di affrancarsi dalle immediate esigenze di mercato. Vale per le cose come per gli uomini
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